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Il giudizio della critica sui film da vedere e da evitare

La Vie d\'Adele

La Vie d’Adele

23 maggio 2013

Kechiche filma uno sconvolgente atto d’amore: radicale e senza pari, in concorso

Giudizio:
di Gianluca Arnone
Ci sono film da cui non è più possibile tornare indietro, che cancellano di colpo le vecchie regole del gioco per stabilirne di nuove. La Vie d’Adele: chapitre 1 et 2 è uno di questi.
Abdellatif Kechiche ha realizzato una di quelle imprese che solo i pazzi possono concepire e i kamikaze realizzare. Stiamo parlando forse di un racconto di formazione? Un’educazione sentimentale? Una storia d’amore? O non sono forse queste delle formule comode, approssimazioni del discorso intorno a quanto sul grande schermo “prende vita”?
Potremmo liquidare l’intreccio (ispirato al fumetto Le Bleu est une coleure chaude di Julie Maroh) con poche righe: dieci anni nel cammino di una ragazza parigina, Adele, dalle prime esperienze sentimentali alla scoperta della propria omosessualità, quindi l’incontro con il grande amore – Emma (Lea Seydoux) – fino alla separazione. Quattro linee narrative tracciate lungo un percorso di maturazione, che Kechiche nel titolo riduce a due soli blocchi: capitolo 1 (l’innocenza?) e capitolo 2 (la sua perdita?). Ma è un orizzonte arbitrario e limitante: non coglie l’unicità dell’operazione.
Chi conosce il cinema di Kechice (La schivata, Cous Cous) sa che la distanza che il regista pone tra sè e i suoi personaggi, quest’ultimi e gli spettatori, è minima. Grazie a un magistrale e asfissiante utilizzo della camera a mano e delle focali lunghe, sembra davvero di stare in mezzo a loro. Siamo lì, a scuola, a tavola, nell camera da letto, persino laddove non dovremmo (Kechiche aveva fatto i conti con la questione voyeuristica del suo cinema nel film precedente, Venere nera). Questo specifico modus operandi non deve essere scambiato per cinéma vérité. Kechiche obbliga semmai il dispositivo filmico a un immanente work in progress creativo. Le cose sembrano accadere non sulla base di un piano prestabilito, ma secondo una naturale evoluzione. Le situazioni e quanti vi sono coinvolti mutano hic et nunc, davanti a noi. I suoi film richiedono perciò pochi tagli di montaggio e una durata considerevole: perchè le cose succedano motu proprio, è vietata ogni manipolazione sul tempo. Bisogna al contrario far sentire il lavoro del tempo sulla storia e i personaggi. E’ un processo che ne La Vie d’Adele (il titolo è un omaggio alla Vie de Marianne di Marivaux, scrittore prediletto del regista) si radicalizza, segnando un limite difficilmente valicabile.
A un certo punto del film Emma, spiegando ad Adele il succo del pensiero sartriano, afferma che la grande novità dell’esistenzialismo è l’aver definito gli esseri umani non in forza di un’essenza preesistente, ma a ragione delle scelte e delle azioni che compiono. E’ una postilla che Kechiche ha volutamente inserito per rivelarci il meccanismo interno al suo cinema. La parabola di Adele non segue nessun modello aprioristico. Non è psicologica né sociologica né morale. E’ invece un movimento imprevedibile, orchestrato da variabili occasionali, il fluido combinarsi tra un impuslo individuale e uno stato di cose. Libertà e materia. Corpi, tempo e spazio.
E’ un approccio tanto fenomenologico quanto esistenziale. Kechiche non ci permette di guardare a distanza la propria eroina, ma ci impone di vivere con lei, dentro di lei, in un’esperienza di cambiamento e scoperta. Il regista francese domanda molto allo spettatore – anche in termini di tempo: dura tre ore – ma chiede enormemente di più alla giovane protagonista, la straordinaria e sconosciuta Adele Exarchopoulos (sarebbe criminale non premiarla). Kechiche le sta addosso con una ferocia e un desiderio impressionante. Non c’è parte anatomica, dettaglio epidermico o fluido corporale che sfugga allo sguardo della macchina da presa. Siamo così vicini ad Adele (quella vera e quella di finzione, sempre che le si possa distinguere) da sentirla traspirare, bagnarci delle sue lacrime, avvertirne l’odore. Così stretti a lei da toccarne l’anima.
E’ questa inestricabile matassa percettiva e interiore, e non le pur coraggiosissime scene di sesso (poco simulato), a rendere La Vie d’Adele un’esperienza sconvolgente. Non sarebbe stata ovviamente possibile senza la totale offerta di sè dell’attrice protagonista (senza dimenticare la compartecipazione della Seydoux). La sua non è una performance, ma un dono impagabile al suo regista. Che ricambia filmando uno dei più sorprendenti atti d’amore che si siano mai visti al cinema.
Difficile separarsene. Nonostante le tre ore insieme, vorremmo tenerla ancora con noi. Kechiche la lascia andare per la sua strada, fuori dal ritratto e dal cinema. Dopo i capitoli 1 e 2 c’è solo la vita, quella vera. Ma oltre La vita di Adele, in concorso, non c’è nessuno.

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